Transizione Digitale per gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Queste brevi note si riferiscono alla bozza del 9 aprile 2021 del Quaderno ASviS sulla transizione digitale messa in relazione agli obiettivi dell’Agenda 2030.

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Appunti e riflessioni

Si tratta di valutare un innesto difficile tra due aree concettuali che solo apparentemente sembrano coincidere e che coincidono solo se la loro azione si limitasse al sistema sociale dell’economia.

Un conto è la Transizione digitale che vuole dire passaggio dall’utilizzo della strumentazione analogica alla tecnologia digitale, un conto è l’applicazione della strumentazione digitale ad una modifica di comportamenti, criteri, valori regole e atteggiamenti che si rifanno ad una modifica culturale che vede la necessità di usare l’integrazione delle due modalità per migliorare la condizione di vita sul pianeta, a partire ovviamente dall’Italia.

Mi sembra che sulla base dei documenti e delle indicazioni di programma si dia troppo per fatto che tutto diventerà digitale., che la rivoluzione digitale cambierà la vita in tute le sue forme.

E’ un approccio integralista e totalitario che non ha motivo di essere usato e giustamente il Quaderno prende le distanze da una scelta così semplicistica.

Se riprendiamo quanto riportato dal rapporto CENSIS sembra che la “full immersion” digitale favorita dall’emergenza sanitaria e dalle misure restrittive ha generato la consapevolezza di poter vivere in maniera differente rispetto alle consuetudini consolidate e che nonostante le non ottimali competenze digitali di partenza, il paese ha dimostrato di avere la capacità di apprendere velocemente e l’intenzione di mantenere le nuove abitudini. 

Se terminata la fase di emergenza, il nuovo “stile di vita digitale” degli italiani si consoliderà, si potrà gradualmente ridurre la distanza con i principali Paesi europei.

Se questo fosse vero non ci sarebbe problema aluno. Basterebbe inserire la tecnologia nella vita dei cittadini per compiere la transizione digitale e non solo nella PA.

Il documento di ASviS, dimostra invece la complessità della situazione e come un conto sia l’inserimento della tecnologia in un processo di modernizzazione ed altro sia la modifica della cultura della società secondo una forma mentale digitale che si riferisce a valori nuovi, regole nuove e modalità di soluzione dei problemi che rispondono ad altri paradigmi da quelli usati abitualmente.

Governare il processo di sviluppo sostenibile con l’applicazione di modalità operative digitali e l’utilizzo di tecnologie nuove fino all’avvento della Intelligenza aumentata è una impresa che porta con sé il bagaglio di una incapacità di ipotizzare l’alea in essere e l’eventualità di un possibile fallimento.

La complessità dell’Agenda e dei sistemi sociali coinvolti è tale che non è possibile affrontare in chiave deterministica il problema dello Sviluppo sostenibile seppure con l’ausilio della tecnologia più innovativa.

La ideologia del digitale che accompagna la crisi in atto che è globale e coinvolge sistemi sociali diversi sembrerebbe rappresentare la “lampada di Aladino” con la quale si possa fare il miracolo.

Ben fa il documento di ASviS a metter in luce che applicare la cultura digitale allo sviluppo sostenibile senza indirizzarne opportunamente l’orientamento può aumentare la distanza dai suoi target portando un peggioramento dell’attuale situazione, pregiudicando la possibilità di soddisfare bisogni e diritti fondamentali delle attuali e delle future generazioni.

Non è un caso che ora inquadrare la transizione nel sistema dell’Agenda 2030 vuole dire incardinarla nel piano della New generation EU e quindi nelle programmazioni a medio termine delle nazioni europee.

Emerge quindi il primo punto di criticità che attiene ai piani logici che servono per creare le compatibilità con le tre strategie, i tre meta-programmi di realizzazione e i programmi per campi, temi, criteri e codici di comunicazione dei vari obiettivi che non sono riducibili gli uni sugli altri. Un cono sono i Goal dell’Agenda per lo Sviluppo sostenibile, un conto sono i programmi da attuare per la NEW generation EU, oltre i Goal e un conto sono le regole e i criteri strategici delle componenti tecnologiche che inducono alla modifica delle culture presenti in Europa.

Rimarrebbe in ogni caso la difficoltà di scegliere come ridurre selettivamente la complessità delle variabili rispetto alla produzione di senso dell’ESSERE EUROPA come sistema diverso da quello delle nazioni che la compongono.

Io credo che il documento debba mettere bene in evidenza che sull’asse del tempo e dello spazio la differenziazione di culture, stili, valori e comportamenti diversi non potranno essere ridotti ad algoritmi e che elementi come la biodiversità, il rapporto con il clima e gli ecosistemi, gli approcci all’apprendimento, le forme mentali e le tradizioni oltre alla religione all’approccio alla scienza e alla conoscenza non sono risolvibili con il riscorso alla tecnica e alla tecnologia digitale.

Non dobbiamo dimenticare che la spinta alla razionalizzazione e alla velocità di decisione attiene anche a fattori e variabili dipendenti ed indipendenti che possono essere governate in un approccio aleatorio più facilmente che in uno finalistico e che il rischio è una componente essenziale della complessità e accompagna ogni scelta dove regna l’incertezza.

La complessità non è uno slogan e la sua riduzione per prendere decisioni devono dare vita a costruzioni di senso estremamente difficili sia da valutare che calcolare oltre che da esprimere con lingue e linguaggi appropriati.

In questa direzione la digitalizzazione deve incrementare la capacità di sopportare con il rischio anche il contenuto fondamentale del cambiamento e dell’adattamento in condizione di equilibrio instabile dopo il periodo di disequilibrio stabile.

Non si tratta di dominare sistema di calcolo a somma zero, di valutare la causalità di uno stock di ricchezza misurata e misurabile con il numerario invece che la moneta, o del rapporto tra febbre e patologia, ma di saper comprendere come apprendere.

Nel processo in atto è pensabile che si debbano valutare tutti i sintomi e decidere le contro-dipendenza da accettare o elidere pur valutandole  e lasciandole in standby, ben sapendo che al modificarsi di una variabile qualsiasi bisogna metter mano al ricalcolo dell’equilibrio di tute le altre, anche quelle che non subiranno turbativa.

Questo ovviamente vale in primis nella relazione sistemica di ogni goal con sé stesso, e gli altri, tutti con sé stessi e tutti gli altri.

Da perdere la testa che ci potrà dare una mano a risolvere solo il ricorso alla intelligenza Artificiale.

In questo senso il Quaderno sulla Transizione digitale non solo dovrebbe diventare un testo obbligatorio per tutti noi, ma dovrà nel tempo aumentare di complessità e di approccio mentale.

E’ un punto di partenza per aprire un dibattito sull’apprendimento rispetto alla teoria e alla prassi dello sviluppo sostenibile e il consumo responsabile data la situazione in essere avendo come riferimento prevalentemente l’Europa.

Non entrerò pertanto nella valutazione di ogni goal, ma mi limiterò a porre alcune riflessioni su alcuni temi che può valere la pena di tenere in considerazione.

Il più importante di questi è attinente il rapporto tra spazio e tempo nell’approccio alla cultura digitale che rappresenta forse la chiave di volta per una nuova epistemologia che ci aiuti a comprendere bene a cosa stiamo andando incontro.

Il primo punto riguarda l’Economia Digitale.

Ricorderò soltanto che qualche anno addietro c’era l’avvento della new Economy in contrapposizione alla  old Economy e poi all’economia digitale nelle sue varie declinazioni.

Il problema annoso tra analogico e digitale, rimane ancora in essere e ora ci troviamo a parlare di Economia digitale come modo d’essere fondamentale della transizione digitale, come se si trattasse solo di operare all’interno del sistema sociale dell’economia.

Non è ovviamente così e la dipendenza e interdipendenza tra economia, politica e scienza lo stanno dimostrando nella vicenda della Pandemia.

 

L’ECONOMIA DIGITALE

Troppo spesso parlando di economia digitale, si concentra il discorso sui settori ad alto utilizzo di tecnologia: l’IT, le Telecomunicazioni, il Web, la ricerca scientifica.
E, invece, l’economia digitale non è un settore a sé stante, ma come moltissimi studi economici confermano, è un nuovo paradigma: il digitale è “il motore a vapore” del nuovo millennio.

Ma essere digitali non vuole dire “computare” solo in chiave e per finalità dell’economia.

Il nuovo paradigma ha reso possibili molti degli elementi distintivi dello scenario economico dei nostri giorni: la globalizzazione, l’interdipendenza, la crescita di alcuni paesi emergenti, le nuove forme di occupazione (e la disoccupazione), ed anche aspetti negativi (o meglio, non governati) come la predominanza della finanza.
Il digitale ha un impatto diretto e indiretto su moltissime delle “disruption” a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo: la completa ristrutturazione del settore editoriale e dell’industria dello spettacolo (pensiamo alla discografia), la rivoluzione del settore turistico e del terziario, la ristrutturazione del retail e del commercio, passando per le grandi trasformazioni del settore bancario e di quello assicurativo e perfino di quello agricolo/alimentare. Il manifatturiero, anche, ha subito, seppur in maniera apparentemente meno evidente ai non addetti, grandi trasformazioni: i processi aziendali, le tecniche di produzione, la possibilità di delocalizzare più facilmente interi comparti, la commercializzazione dei prodotti e servizi, sono drammaticamente cambiati negli ultimi vent’anni.

L’economia digitale è l’asse su cui ruota oggi lo sviluppo economico, un asse fondamentale per la crescita (o decrescita) di un Paese. Non ha quindi carattere né settoriale né aggiuntivo, ma deve toccare in profondità le politiche economiche di un Paese.
L’Italia ha mostrato nel tempo, e soprattutto negli anni più recenti, una scarsa apertura all’innovazione, che trova molti più ostacoli alla diffusione di quanti ne incontri in altri paesi sviluppati. Fra le varie miopie che abbiamo avuto come paese c’è quella di aver considerato il digitale come un settore di nicchia, e non come un nuovo paradigma attraverso cui interpretare la politica economica.

Mettere in relazione Economia digitale con sviluppo sostenibile appare quindi congruo se valutiamo la complessità con le variabili e componenti tipiche dell’economia.

Se voglio uno sviluppo sostenibile devo avere una economia che abbia regole che consentano questa sostenibilità e quindi algoritmi che ne consentano il paragone rispetto alla scelte e alla e decisioni, Inoltre devo poter valutare anche dal punto di vista economico le conseguenze non intenzionali della mia azione.

Ma basta solo la valutazione economica? NO.

Perché sia che lo chiamiamo sviluppo e progresso l’incremento della “ricchezza” della società non è solo economica, non attiene solo ai bisogni, ma anche ai desideri, all’inconscio come al conscio e alla capacità di ragionamento oltre che l’intuito e l’intelligenza, alla salute come all’etologia.

E’ in particolare l’intelligenza connettiva che, proprio attraverso il digitale, connette gli uomini e le donne nel mondo per la messa in comune dei dati per potere decidere.

Abbiamo pertanto a che fare con sistemi composti da uomini e donne che sono comunità oltre che sistemi sociali di ruoli che compongono la Società.

Se mai da suggerire è quello di aggiungere nel quaderno come il digitale sia in grado di favorire proprio la dimensione comunitaria e la connessione delle intelligenze.

Questo lo deve fare la nuova cultura digitale e in particolare le regole che sottendono all’integrazione dei Goal nella attuazione dell’Agenda 2030 che non è fatta solo da algoritmi e procedure da oservare.

DA COMUNITA’ REALI A COMUNITA DIGITALI E LA FUNZIONE DEL MOBILE SOCIAL SOFTWARE 

Siamo tutti progettisti della nostra vita quotidiana.

Questa affermazione potrebbe risultare sorprendente, ma in realtà ci ricorda semplicemente che l’uomo e’, come dicevano i latini, “faber fortunae suae“, ovvero artefice del proprio futuro.  In tutte le epoche, l’uomo ha progettato tecnologia in modo intelligente e creativo per soddisfare i propri bisogni. Nella nostra epoca, definita spesso era dell’informazione, indubbiamente le tecnologie più comunemente usate per raggiungere i nostri scopi sono i computer e i telefonini.

Tra le altre cose, computer e telefonini sono formidabili strumenti di comunicazione che ci permettono di superare la distanza fisica che ci separa da famiglia e amici; essi ci permettono una gestione flessibile del nostro lavoro e del tempo libero, come anche una facile riorganizzazione dei nostri programmi e incontri; essi ci forniscono un accesso veloce ed economico alla conoscenza, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo.  Senza ombra di dubbio, computer e telefonini ci rendono la vita più semplice. Tuttavia capita che le soluzioni e i miglioramenti a problemi esistenti fanno emergere nuovi problemi, facendoci continuamente interrogare su di essi e relative soluzioni. In effetti, non tutte le conseguenze sociali dell’uso di tecnologie per l’informazione e comunicazione (ICT) sono positive: infatti, esse hanno eroso i confini tra sfera pubblica e privata, ponendoci nuovi interrogativi sul significato di privacy; il poter accedere in qualsiasi momento a Internet comporta anche il rischio di sovraccarico informativo e genera un desiderio di disconnessione; lo sviluppo dell’identità’ individuale e’ mediato sempre di più da comunità virtuali e reti sociali online, che sono rapidamente diventate il luogo di incontro preferito per ogni genere di scambi sociali per i giovanissimi, e non solo. Ciascuno di questi fenomeni e’ piuttosto difficile da osservare, capire e interpretare, anche quando é analizzato dal punto vista di una singola tecnologia (televisione, radio, telefonino) e situazione sociale. La convergenza di tutte le tecnologie digitali rende la valutazione ancora più difficoltosa, dal momento che gli effetti e i significati devono essere studiati in relazione all’uso di strumenti difficili da inquadrare, come lo smartphone, perché si possono usare per svariate funzioni.

Il quaderno mette in luce molti di questi temi, ma necessita no di diventare operativi e di rispondere ai programmi di attuazione mantenendo la complessità del sistema. 

IL PROBLEMA DELLA CONVERGENZA TECNOLOGICA

La convergenza tecnologica, ovvero integrazione progressiva di reti di computer, telecomunicazioni e media, e’ un termine difficile da comprendere. Tuttavia, possiamo intuitivamente associarla ai nuovi strumenti “ibridi” tecnologici capaci di fare un po’ di tutto. Basti pensare alle televisioni digitali che si collegano a Internet, ai computer che fungono da radio, televisione e telefono, o ai telefonini dallo schermo ampio su cui si può leggere il giornale in versione digitale. La convergenza tecnologica si può anche intuitivamente collegare al processo di miniaturizzazione che accomuna i computer e i telefonini. Rimane sempre più difficile capire le differenze fra laptop, notebook, e il nuovissimo iPad, e gli smartphone di nuova generazione, veri e propri computer portatili o  quelli quantici

In realtà, la convergenza tecnologica è solo un aspetto di un fenomeno ancora più complesso, la convergenza digitale. In modo superficiale, la convergenza digitale si può spiegare come una convergenza tecnologica in cui si considerano anche gli effetti economici, mediatici, sociali e culturali. In parole povere, mentre la convergenza tecnologica si concentra sui processi convergenti (e divergenti) relativi alla tecnologia, la convergenza digitale include anche gli effetti di più “alto livello” sulle vite individuali e di comunità, sui mercati e sulle società globali. Un aspetto interessante della convergenza digitale e’ che le sue “fondamenta” tecnologiche sono ormai piuttosto mature e sviluppate, mentre i suoi effetti sociali e culturali stanno appena emergendo. Dal punto di vista della ricerca accademica, lo studio dell’intersezione tra la dimensione tecnologica e sociale della convergenza digitale presenta motivi di grande interesse perché ancora relativamente poco esplorata. Inoltre l’accelerazione degli scambi ci obbliga a dare risposte precise ed attendibili in tempi rapidi.

La trasformazione dello spazio sociale comporta anche una trasformazione del concetto di comunità. E’ per questo motivo che viene introdotto la comunità digitale, un concetto caratterizzato da convergenza e integrazione che presenta varie nuove caratteristiche rispetto alle più tradizionali forme di comunità. Il classico modello Gemeinshaft (Tönnies, 1887|1967) non e’ adatto a descrivere le comunità digitali, che non sono necessariamente basate sulla condivisione di un territorio comune e di legami sociali di solidarietà reciproca, spesso identificati con relazioni di famiglia. Al contrario, il modello di rete delle comunità personali (Wellman, 1979, 1982, 1988, 2001a; Wellman et al., 1988; Wellman et al., 2002) si presta meglio per comprendere le comunità digitali, in quanto focalizza la sua attenzione sulle dinamiche che influenzano l’evoluzione delle strutture sociali. Attraverso l’attività primaria del digital sharing, le comunità digitali estendono il modello delle comunità personali perché non considerano solo legami sociali “forti” e “deboli”, ma anche i legami latenti. Inoltre, esse non sono basate unicamente su legami sociali duraturi, ma includono anche gli scambi sociali ad-hoc di breve durata e opportunistici. Infine, la scala di comunicazione delle comunità digitali può arrivare anche a migliaia di individui seguendo il modello di comunicazione “broadcast”, ovvero da uno a molti, invece che quello della comunicazione interpersonale o del piccolo gruppo.

NECESSITA’DI LIVELLI LOGICI E CONCETTUALI DIVERSI PER UNA VERA  CULTURA CHE SIA ANCHE  DIGITALE

Essere digitali, come diceva Negroponte non è tutto! Anzi!

Proprio nel contributo che la digitalizzazione può dare ad una diversa antropologia  che integri fisica, biologia, psicosocilogia, ecccrea i presupposti per un dialogo tra discipline diverse e modalità diverse di contrinìbuire alla soluzione dei problemi dell’Umanità può emergere pur nel caos il nuovo mondo.

La teoria mette in evidenza un modello a tre livelli.

Il livello individuale riguarda la rappresentazione del profilo utente come insieme di risorse digitali. Le risorse digitali sono descrizioni di beni materiali e immateriali che assumono valore in una situazione sociale particolare, ovvero nel contesto d’azione. Le risorse digitali possono essere personali o sociali, a seconda di chi le possieda e/o abbia accesso ad esse. Una risorsa personale diventa sociale attraverso la condivisione in rete. Ne segue che il livello socialeriguarda i modi con cui i profili utente vengono interconnessi in una rete sociale mobile. Un legame sociale è pertanto descritto non tanto dall’esistenza di una relazione sociale quanto dalla condivisione di risorse in rete. Nel livello di interazione, ci si preoccupa di come supportare l’interazione sociale in un contesto particolare. Questo è il compito di cui si occupano gli algoritmi sociali, procedure che personalizzano l’interfaccia utente grazie all’analisi di informazioni comportamentali, contestuali e di rete sociale.

Anche se si allarga il significato di comunità grazie alle sue funzionalità, esso non cambia significativamente la funzione primaria che le comunità occupano nella vita delle persone, che rimane quella di sicurezza e supporto – materiale ed emotivo – delle persone che vi partecipano. Tuttavia, grazie ad un certo tipo di approccio alla digitalizazzione, le comunità hanno la possibilità di contare di più nel funzionamento delle società. Grazie alla possibilità di libera auto-organizzazione in reti mobili sociali, la digitalizazzione più consapevole e partecipata, rappresenta uno strumento formidabile per creazione, accesso, scambio e uso immediato di risorse, sia simboliche che materiali, con cui si possono raggiungere scopi di azione individuale o collettiva. Permettendo di soddisfare in maniera economica ed istantanea bisogni legati ad una situazione particolare, si potrebbe assume anche una funzione emancipatoria per le comunità digitali. Infatti, esso diviene una piattaforma tecnologica che può essere usata per la co-creazione e fruizione di servizi generati dalla comunità e per la comunità (CGS).

DIGITALIZZAZIONE E SOSTENIBILITA’: UN ALTRO PARADIGMA

Dal punto di vista della sostenibilità, la funzione emancipatoria di questa cultura della digitalizzazione è essenziale in quanto permette di aumentare la resilienza delle strutture sociali. La resilienza, proprietà fisica legata alla capacità di un materiale di tornare allo stato iniziale dopo una deformazione, per le comunità digitali si tramuta in capacità di far fronte a periodi di crisi e trasformazione profonda. Per esempio, il mancato supporto del modello tradizionale di stato sociale è sempre più rimpiazzato dall’assistenza della comunità. Nei prossimi anni, i servizi gestiti da comunità auto-organizzanti di cittadini attivi avranno un peso crescente, in qualche caso sostituendo i servizi pubblici e commerciali, e in qualche caso lavorando in sinergia con essi. Queste comunità digitali potrebbero rappresentare una nuova forma di società civile, le cui organizzazioni non saranno più necessariamente formalmente registrate e basate su rapporti istituzionalmente riconosciuti. Al contrario, le piattaforme partecipative permetteranno a questi tessuti sociali di adeguarsi alla struttura “liquida” della società dell’informazione.

Esiste il rischio concreto che queste nuove forme di partecipazione alla “cosa pubblica” siano viste come anti-politica o come forze destabilizzanti. Piuttosto che cercare di perpetuare lo status quo anche quando un rinnovamento di strutture politiche, economiche e sociali è necessario, sarebbe più utile cercare di raggiungere una convergenza di strategie e vedute che coinvolga tutte le parti interessate. Questa forma di convergenza, di difficile realizzazione, sarà quella che decreterà il successo o il fallimento della convergenza digitale. Le comunità digitali devono essere messe in condizione di essere uno strumento di rinnovamento positivo; per tale obiettivo, la condizione cruciale riguarda il riconoscimento di tali strutture, che in realtà coinvolgono gruppi di cittadini, come risorse preziose per realizzare società più sostenibili piuttosto che di minacce per la stabilità e la sicurezza di un Paese. Nella tesi, si suggerisce di investire nello sviluppo delle capacità comunicative (Viherä, 1999) dei cittadini per creare delle società basate sulla cooperazione  e sulla fiducia piuttosto che sulla competizione e sul sospetto.

Non può sfuggire che la attuazione dei GOAL dell’Agenda 2030 necessita di un dispiegamento di energia psichica, culturale, cognitiva, tecnologica e fisica rilevantissima.

Si pensi solo alla modifica del rapporto con l’energia fisica per capire quanto serva rispetto alle altre dimensioni dell’essere umani.

Questo può essere realizzato perdendo consapevolezza e responsabilità e abdicando alle varie forme di autoritarismo oppure necessita, come ai tempi di Pericle di una nuovo modo di immaginare la Vita tra gli uomini-umani in una umanità sempre migliore.

Non ci è dato di saperlo.

DAL MONDO DEGLI ATOMI AL MONDO DEI BIT

Non so se mai fosse possibile oltre che alle note relative alle leggi e ai provvedimenti riguardo alla digitalizzazione non valga la pena di dare una mappatura logica riguardo alla rivoluzione di pensiero che accompagna la percezione del tempo e dello spazio nello scambio di informazioni digitalizzate.

Alle soglie del III millennio viviamo in epoca di profonda trasformazione caratterizzata dal passaggio tra la società industriale a quella post-industriale della informazione.
La trasformazione può essere indicata come mutamento tra il “mondo degli atomi al mondo dei bit” di informazione e ciò comporta riflessioni di varia natura che fanno centro sull’impatto del sistema tecnologico telematico interattivo sulla automazione e controllo a distanza della produzione delle merci, sulla loro commercializzazione (teleshopping), ma anche sull’impiego di lavoro telematico ( telework-telemedicine…) che sulle modifiche della educazione in internet (teletraining) e così via dicendo.

Lo spazio della informazione infatti non è più localizzato-cartesiano, ma diviene delocalizzato a livello globale ed il tempo d’uso di trasmissione della informazione si approssima alla velocità della luce.
Quindi con la utilizzazione della informazione telematica interattiva cambiano le dimensioni dello spazio/tempo a cui siamo storicamente abituati a vivere, lavorare ed apprendere.

Le concezioni di trasformazione relativistica dello spazio in tempo, che emergono dal caso limite in cui la materia non può più esistere come tale, ci permettono di costruire un modello rappresentativo generale che correla le interazioni tra Energia/Materia (E/M) alla informazione di tali eventi descritta dalle relazioni tra spazio e tempo (S/t).
Infatti al “mondo degli atomi” caratterizzato da interazioni Energia/Materia si può far corrispondere un mondo virtuale della informazione, dove ad ogni interazione ( E/M) localizzata, si associa ad un nodo di un reticolo (N) che rappresenta la informazione dello spazio tempo relativamente connesso all’evento interattivo.

Le varie interazioni del “mondo degli atomi” vengono in tal modo rappresentate da una rete di nodi.

Nella rappresentazione della rete (S/t), ciò che è distante nello spazio tridimensionale reale, può divenire molto ravvicinato nel mondo dei bit di informazione, in seguito al fatto che il reticolo piegandosi come un foglio può disporre due nodi in vicinanza tra di loro, pur essendo i punti materiali corrispondenti del mondo reale-cartesiano assai distanti. Può accadere infatti nella realtà che vie di comunicazione veloci abbrevino i tempi tra distanze di fatto più lontane, ma percorribili in tempi più brevi, come ciascuno può capire trovandosi a scegliere un percorso autostradale più lungo per abbreviare i tempi di percorrenza tra partenza ed arrivo.

Vediamo quindi che il vantaggio di ragionare in termini di una rappresentazione virtuale dei bit rispetto alla dimensione reale del mondo oggettivo degli atomi, essenzialmente risiede nel fatto che il mondo della rappresentazione della informazione (S/t)  è  dematerializzato da una finzione immaginaria e quindi perde la terza dimensione spaziale; quest’ultima viene trasformata in una seconda dimensione temporale, come nel caso relativistico in cui la materia, alla velocità della luce, scompare trasformandosi in energia.
Ricordiamo che il tempo, nello spazio cartesiano, possiede un’unica dimensione lineare definita dalla successione di passato, presente e futuro; il tempo può infatti essere in tal caso segnalato da una linea continua di punti in cui ogni punto si può trovare o prima o dopo qualsiasi altro punto.
Tale unicità della dimensione temporale relativa allo spazio tridimensionale cartesiano, è garante della successione di causa ed effetto nella interpretazione degli eventi reali.

Diversamente nel mondo dei bit il tempo diviene informazione e pertanto assume una bidimensionalità come quella dello spazio,  in quanto in assenza di materia è plausibile immaginare che la terza dimensione spaziale venga trasformata in una dimensione temporale per ottenere il modello di rete di bit di informazione virtuale che stiamo definendo.

DAL MONDO DI LETTERE AL MONDO DI BIT

l termine literacy letteralmente denota la capacità di vivere in un” mondo di lettere”, in cui le relazioni sociali sono in larga misura basate sugli scritti. Con la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ICT in inglese, il “mondo di lettere”, basato sull’alfabeto si sta trasformando in un “mondo di oggetti digitali” che richiedono capacità nuove rispetto agli scritti. Il termine literate, connotato dall’attributo digital, può essere usato per denotare il profilo di un individuo in grado di operare in modo soddisfacente nella società della conoscenza basato sulle tecnologie digitali. Il digital literate è una persona che riesce ad operare nella società della conoscenza usando gli oggetti tipici di questo mondo e le relative tecnologie. Egli dovrà essere quindi un ICT literate, un media literate, un information literate, e dovrà sapere partecipare alla vita sociale come membro attivo di una società caratterizzata da un’intelligenza collettiva.

Gli oggetti digitali vanno oltre gli scritti e presenta- no caratteristiche nuove che richiedono nuove ca-pacità. Chi vive in una società digitale deve essere capace di usare gli oggetti digitali con la stessa perizia con cui un literate usa gli scritti in un “mondo di lettere”. Ma quali sono queste nuove caratteristiche?

LE CARATTERISTICHE DEGLI OGGETTI DIGITALI E LE DIMENSIONI DELLA DIGITAL LITERACY

La multimedialità.
Un oggetto digitale può avere diversi formati, a cui corrispondono canali di comunicazione diversi. Può così presentarsi sotto forma di testo, di immagini, di video e di suoni, in tutte le combinazioni immaginabili. La possibilità di integrare tanti canali di comunicazione rende gli oggetti digitali intrinseca- mente multimediali.

Ad un literate della società della conoscenza è richiesto di essere un media literate, o, detto in altro modo, la literacy per la società digitale deve necessariamente includere la media literacy, e la scuola deve farsi carico di essa fin dai primi livelli.

L’APERTURA

Questa ha diverse connotazioni. La prima è che un oggetto digitale può essere legato a qualsiasi altro oggetto digitale o a parti di esso. Ciò determina una riconcettualizzazione di quali siano i reali confini di un singolo oggetto. Un articolo su una rivista o un libro sono oggetti chiusi che necessariamente devono essere autoconsistenti. Un oggetto digitale può invece essere visto come il nodo di una rete dinamica in continua evoluzione.
Gli aspetti strumentali riguardano il sapere usare gli strumenti di navigazione e di ricerca dell’informazione che si rendono via via disponibili, ed anche il sapere usare gli strumenti per la creazione di oggetti ipermediali.

Un digital literate deve essere in grado di organizzare il proprio pensiero in modo reticolare e deve essere capace di navigare attraverso i link di un oggetto digitale senza perdersi. Ciò implica una capacità di autoregolazione in cui i processi metacognitivi giocano un ruolo importante. Deve inoltre essere capace di risolvere problemi che riguardano la ricerca e la valutazione di informazioni e conoscenze.

IL RIUSO E LA MODIFICAZIONE

Un’altra possibilità derivante dell’apertura è quella di potere riusare oggetti esistenti, o parte di essi, per crearne di nuovi, integrandoli o modificandoli, proprio come avviene nel settore dell’open software. Gli oggetti digitali vivono nel contesto sociale della rete e sono facilmente riproducibili a bassi costi, oltre che facilmente accessibili/scambiabili a livello globale, senza vincoli di spazio e di tempo. Inoltre sono agevolmente modificabili, formattabili e, nel caso di testi, stampabili, per cui sono superate le divisioni tra il ruolo di autore e di fruitore. Un digital literate è nello stesso tempo un produttore e un fruitore, è un prosumer (Banzato, 2011).

I Creative Commons sono uno strumento per rego- lare questa prassi di riuso di oggetti prodotti da altri. Un digital literate deve sapere usare questa caratteristica di apertura degli oggetti digitali per modificarne o crearne di nuovi, in modo etico, riconoscendo cioè il contributo di altri e rendendo disponibili i propri prodotti in accordo con regole negoziate all’interno di date comunità, evitando così di spacciare come propria la produzione di altri.

Aggregazione.

I contenuti, di alta qualità, sono prodotti in diverse parti del mondo e disponibili in rete. Questi contenuti sono aggregati e accessibili da tutti i partecipanti.

  • Remixing. Nuovi materiali sono creati all’interno del corso utilizzando anche parti dei materiali disponibili in rete.
  • Repurposing. Ogni partecipante adegua i mate- riali disponibili ai propri scopi.
  • Feeding forward. Condivisione con gli altri corsi- sti dei materiali prodotti all’interno del corso dai singoli partecipanti.

L’interattività.


In informatica, programmi e dati sono rappresentati nello stesso modo e la distinzione è nella loro in- terpretazione. Un programma è dunque anch’esso un oggetto digitale. Ciò apre la strada a caratteristi- che importanti dei documenti digitali come la computabilità e l’interattività. Esistono così oggetti digitali che si adattano alle caratteristiche dell’utente, altri oggetti che reagiscono agli input dell’individuo in accordo con qualche modello computazionale, come avviene ad esempio negli ambienti di simulazione, o in quelli che trasferiscono l’individuo in una realtà virtuale. Gli oggetti digitali rendono così disponibili nuovi ambienti di interazione costituiti da- gli artefatti tecnologici e dal relativo software. Tuttavia, al di là di questa nuova dimensione dell’ambiente resa possibile dalle tecnologie, queste amplificano le possibilità di interazione dell’individuo con la dimensione biofisica e sociale degli ambienti in cui vive.

Nel suo agire, infatti, ogni individuo interagisce con un ambiente che ha tre dimensioni principali: una biofisica, una sociale e una individuale. Gli oggetti digitali possono mediare le interazioni con queste tre dimensioni, amplificandone le possibilità.

Le ICT amplificano le possibilità di partecipazione, comunicazione, condivisione e collaborazione tra gli individui. Le abilità strumentali di un digital literate, oggi, riguarda- no la capacità di usare gli strumenti del web 2.0 come i social network, i blog, i wiki, mentre gli aspetti concettuali sono quelli relativi alle capacità di usare efficacemente ed eticamente questi strumenti per interagire efficacemente con il proprio ambiente locale e virtuale.

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