Recensione del libro “Essere una macchina” di O’Connell, 2018

Libro d’esordio del giornalista irlandese, il testo regala un avvincente viaggio intorno al mondo, Stati Uniti soprattutto, alla ricerca degli sviluppi e delle frontiere del rapporto uomo-macchina tra big tech, transumanisti, tecno-visionari e tecno-integralisti.

In questo un suo viaggio-inchiesta avvenuto del 2016, O’Connell si introduce nell’industria plurimiliardaria della Silicon Valley dove, ad esempio, Ray Kurzweil (Google) sta lavorando alla possibilità di scaricare i dati dal cervello umano alla macchina tramite cloud, accelerando in qualche modo i processi di ibridazione tra intelligenza umana e artificiale e accarezzando così l’ipotesi dell’immortalità. Ipotesi su cui da tempo si sta lavorando alla Alcor, Arizona, con la criconservazione dei corpi (e delle teste). Continuando a documentare lo stato dell’arte del rapporto tra umanità e tecnologia, non mancano incursioni in fiere di tecnologia e robotica sperimentale, oltre ad alcune interessanti esplorazioni nella Boston Dynamic, società nata dal MIT e finanziata dalla DARPA (agenzia statunitense di difesa che impiega la tecnologia a fini militari). A supporto che il legame tra sistemi di potere – militare/finanziario/tecnologico – sta disegnando un futuro distopico a tutto vantaggio del capitale che generosamente alimenta questa industria.

Essere una macchina, Mark O’Connell, Adelphi Editore, 2018




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