Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) punta nuovamente a una separazione forzata di Google. A partire da lunedì, ad Alexandria (Virginia), si apre un processo di due settimane sul monopolio di Google nei mercati della pubblicità digitale. Il caso segue di poche settimane la storica sentenza del giudice Amit Mehta di Washington, che ha riconosciuto Google come monopolista nella ricerca online ma ha respinto i rimedi più drastici, come la vendita del browser Chrome.
Questa volta il giudice Leonie Brinkema, della Eastern District of Virginia, dovrà decidere se ordinare la cessione di asset fondamentali dell’ad tech, settore in cui già aveva riconosciuto l’abuso di posizione dominante. A differenza del caso search, qui la richiesta di dismissione riguarda un prodotto centrale, aumentando le chance del DOJ di ottenere una decisione più incisiva.
Per il governo, il controllo di Google su inserzionisti, editori e piattaforme pubblicitarie continua a soffocare la concorrenza. L’azienda, dal canto suo, ribadisce che la sua integrazione tecnologica genera efficienza e benefici per gli utenti.
La posta in gioco è alta: un’eventuale separazione forzata avrebbe un impatto storico sull’ecosistema pubblicitario digitale e sull’equilibrio tra Big Tech e regolatori.
Approfondimento cronologico
- 2020: il DOJ avvia la causa antitrust contro Google per la pubblicità online.
- 2023: si apre il processo principale, con accuse di monopolio nell’ad tech.
- Settembre 2025: il giudice Mehta conferma Google monopolista nella ricerca ma evita la cessione di asset.
- Settembre 2025: parte il nuovo processo ad Alexandria per valutare lo smembramento dell’ad tech.
Fonti ufficiali:
- Dipartimento di Giustizia USA
- Federal Trade Commission
- Court filings sul caso Google
Consigli di approfondimento
- Analisi FTC sui mercati digitali
- Rapporti UE sulla regolazione Big Tech
Abstract
La nuova battaglia legale su Google ad tech rappresenta un banco di prova per l’applicazione dell’antitrust nell’era digitale.
Pro: più concorrenza, tutela per editori e inserzionisti, minore concentrazione di potere.
Rischi: incertezza per il mercato pubblicitario, possibili effetti collaterali su innovazione e utenti finali.
Conseguenze future: il verdetto potrebbe stabilire un precedente globale sul rapporto tra Big Tech e regolazione, accelerando nuove norme anche in Europa e Asia.







