Le principali società di consulenza e tecnologia convergono su un punto: l’AI non sostituisce automaticamente il lavoro umano, ma richiede governance, competenze e “orchestrazione” delle decisioni.
Il lessico dell’intelligenza artificiale aziendale sta cambiando. Capgemini parla di “human-AI chemistry”, cioè della necessità di costruire fiducia, trasparenza e collaborazione tra persone e sistemi intelligenti, soprattutto in settori critici come le scienze della vita.
La stessa linea emerge dallo studio TCS citato dal World Economic Forum: il 94% delle imprese avrebbe già adottato GenAI o altre soluzioni AI, ma solo il 12% dei casi d’uso avrebbe prodotto risultati di business, segnale che la tecnologia da sola non basta.
Wipro sintetizza il cambio di paradigma: il ruolo umano passa dall’esecuzione all’orchestrazione, alla governance e al controllo strategico dei processi. L&T Technology Services insiste invece sull’AI “responsabile e human-centric”, orientata a trasformare imprese e società con maggiore fiducia.
Cognizant, nel rapporto New Work, New World 2026, stima che l’AI possa incidere sul 93% dei lavori e sbloccare fino a 4.500 miliardi di dollari di produttività negli Stati Uniti, ma sottolinea che giudizio umano, adattabilità e formazione restano decisivi. Anche HCLTech parla di AI come strumento per aumentare e supportare gli operatori, non per eliminarli.







